Calanco: «Con “solchi” raccontiamo i segni che le esperienze lasciano dentro di noi»

Redazione
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I CALANCO esordiscono con “solchi”, il primo album pubblicato da Overdub Recordings. Dieci brani che affrontano relazioni difficili, sensi di colpa e fragilità personali, attraverso testi ricchi di immagini e sonorità ruvide che richiamano il rock alternativo.

Il titolo del disco è stato scelto quando le canzoni erano già state scritte. A unire i brani è il tema delle esperienze che lasciano un segno, proprio come i solchi scavati nella terra. Un'immagine ripresa anche nella copertina, dove i capelli di una ragazza si trasformano nei calanchi della Valmarecchia, il paesaggio da cui la band ha preso il nome.

I CALANCO ci raccontano la nascita di “solchi”, il significato dei brani e il ruolo delle immagini nel loro percorso creativo, dalla copertina del disco al progetto di un videoclip che colleghi tutte e dieci le tracce.

Il vostro disco ha una forte componente materica: terra, erosione, pelle, cicatrici. Quanto l’immaginario visivo influenza il vostro modo di comporre?
Puntiamo molto sull'utilizzo di immagini visive per esprimere concetti profondi. Crediamo che un'immagine concreta, racchiusa magari in poche parole, possa essere particolarmente efficace nel trasmettere qualcosa di complesso.
In “solchi” ci sono diversi esempi di questo approccio. Pensiamo a “rocciasangue” ad esempio, che si conclude con l'immagine dell'affogare nel sangue e nella roccia, oppure al verme che dà il titolo all'omonimo brano. Sono immagini molto materiche, a volte anche crude, che permettono di evocare sensazioni e significati senza dover necessariamente spiegare tutto in modo esplicito.
Anche la scelta delle parole dal punto di vista fonetico è importante nei testi dei CALANCO. Ci piace utilizzare termini duri, con una sonorità quasi ruvida, perché crediamo che siano coerenti con il suono pesante e sporco che abbiamo ricercato per il disco. In questo senso, le parole non devono soltanto raccontare qualcosa ma devono anche avere un impatto sonoro che dialoghi con la musica.

Il titolo “solchi” funziona contemporaneamente sul piano fisico, emotivo e musicale. È arrivato prima il titolo oppure avete riconosciuto questa immagine solo dopo aver raccolto le canzoni?
Sono nate prima le canzoni. Il titolo “solchi” è arrivato soltanto nella fase finale del lavoro, quando i brani erano già stati scritti e i loro temi avevano iniziato a delinearsi.
A quel punto ci siamo resi conto che tutte queste esperienze e queste emozioni, pur affrontate da prospettive diverse, confluivano in un'immagine comune: quella dei solchi, dei segni che le esperienze lasciano dentro di noi. Il titolo è quindi arrivato come una sintesi naturale del percorso fatto più che come un'idea iniziale da sviluppare attorno alle canzoni.

Se ogni brano fosse un diverso tipo di segno sulla pelle, quale sarebbe il più profondo e quale quello quasi invisibile ma impossibile da dimenticare?
Diciamo che “adieu” è la canzone che non lascia neanche un graffio visibile sulla pelle, all'esterno non rimane alcun segno, ma dentro c'è un tormento profondo, quel senso di colpa che continua a vivere in noi e che probabilmente non ci abbandonerà mai del tutto.
Se invece dovessimo immaginare un solco molto profondo sulla pelle, penseremmo sicuramente a “rocciasangue”. È uno dei brani più viscerali del disco e ci immaginiamo una vera e propria spaccatura, qualcosa che attraversa sia il terreno sia la nostra pelle. È un segno che si rinnova ogni volta che riascoltiamo il pezzo, proprio per l'intensità e l'impatto emotivo che riesce ancora a trasmetterci.

“bruges” trasforma una città in simbolo di una fuga fallita. Quanto per voi i luoghi possono diventare personaggi all’interno di una canzone?
Crediamo che un luogo possa diventare un personaggio quando smette di essere semplicemente uno spazio fisico e comincia a rappresentare qualcosa per chi lo vive. In quel momento il suo significato va oltre le sue caratteristiche reali e si lega alle emozioni, ai ricordi e alle aspettative che gli attribuiamo.
In “bruges” la città diventa proprio questo: la possibilità di allontanarsi da una situazione, di cercare altrove una via d'uscita. Ma la fuga, da sola, non basta a risolvere quello che ci portiamo dentro. Ed è qui che nasce il contrasto del brano: da una parte il desiderio di scappare, dall'altra la consapevolezza che quel luogo perde significato se la persona da cui stiamo cercando di allontanarci non è lì con noi.
Ci piace l'idea che un posto possa assumere significati completamente diversi a seconda di chi lo guarda e di quello che sta vivendo. In questo senso Bruges non è soltanto una città, diventa il simbolo di una fuga che, per quanto possa sembrare una soluzione, non riesce davvero a sciogliere il nodo emotivo da cui siamo partiti.

Nei testi tornano spesso persone intrappolate nei propri pensieri. Scrivere serve anche a interrompere quel circolo oppure può finire per alimentarlo?
Secondo noi mettere nero su bianco questi pensieri tormentati non aumenta il rischio di alimentarli ulteriormente, ma allo stesso tempo non ci permette nemmeno di prenderne completamente le distanze. Crediamo piuttosto che sia un modo per fare una fotografia quanto più chiara possibile di quello che proviamo, del malessere e di quelle sensazioni di stasi in cui a volte ci ritroviamo intrappolati.
Mettere tutto questo in musica è in qualche modo un tentativo di esorcizzare il male che abbiamo dentro. Non significa necessariamente risolverlo o liberarsene una volta per tutte, ma iniziare a riconoscerlo e a comprenderlo più a fondo.
Se vogliamo, è un primo passo verso una possibile cura: provare a dare una forma a ciò che ci tormenta, per riuscire a capire meglio da dove nasce e fare in modo che non sia più lui a controllare noi. La musica diventa così uno strumento per guardare in faccia le nostre difficoltà, anziché continuare semplicemente a subirle.

Quanto conta per voi che copertina, fotografie, videoclip e palco appartengano allo stesso universo visivo del disco?
Per noi è molto importante che ci sia una coerenza tra tutti gli aspetti del progetto, da quello sonoro a quello visivo, passando per la copertina, le fotografie e i videoclip. Crediamo che quando si osserva un progetto musicale dall'esterno, questa coerenza possa trasmettere l'idea che dietro ci sia stato un pensiero, un ragionamento e un lavoro consapevole. È quello che speriamo arrivi anche a chi ascolta i CALANCO attraverso “solchi”.
Abbiamo cercato quindi di mantenere una direzione comune sia a livello musicale sia a livello visivo, perché crediamo che la musica in quanto forma d'arte possa dialogare molto bene anche con altre forme espressive, come la fotografia e il cinema. Un videoclip, un'immagine di copertina o una fotografia possono contribuire a raccontare qualcosa che la musica, da sola, magari lascia soltanto intuire.
Per noi non si tratta semplicemente di accompagnare le canzoni con delle immagini belle da vedere, ma di creare un immaginario che le completi e ne amplifichi il significato. Tutti questi elementi fanno parte dello stesso progetto e, quando riescono a dialogare tra loro, contribuiscono a definire in modo più completo l'identità della band.

Se doveste realizzare un videoclip unico capace di raccontare tutte e dieci le tracce, quale sarebbe la prima immagine e quale l’ultima? 
È una domanda molto bella e sicuramente soggettiva, ma proviamo ad immaginare quello che potrebbe essere, per noi, l'inizio e la fine di questo racconto.
Come prima scena, sulle note di “sbaglio spesso”, ci immaginiamo un ragazzo che corre, suda e cerca disperatamente di scappare dai propri problemi. Intorno a lui ci sono persone che provano a tendergli una mano, che cercano di fargli capire che non sta bene e che avrebbe bisogno di aiuto, ma lui non vuole ascoltare nessuno. Continua a correre, allontanandosi da tutto e da tutti, quasi come se questo significasse salvare la propria vita. Ce lo immaginiamo in uno dei piccoli paesi arroccati delle nostre zone della Valmarecchia, un luogo che conosciamo bene e che potrebbe diventare lo sfondo perfetto per questa fuga.
Poi, lungo tutto il percorso, dal primo fino al penultimo brano, lo vedremmo tentare di fare i conti con i propri tormenti, cercando di esorcizzarli. A volte ci riesce, molto spesso no. E arriviamo così alla scena finale, sulle note di “RnR serena”, il brano che probabilmente si prende meno sul serio di tutti gli altri.
A quel punto il protagonista sembra quasi arrendersi e decidere di lasciar perdere: «Ma sì, alla fine chi se ne frega, beviamoci su». Ce lo immaginiamo seduto al bancone di un bar, con le luci soffuse e un bicchiere in mano, mentre guarda qualcuno esibirsi al karaoke cantando proprio “RnR serena”.
Il disco si chiuderebbe quindi con gli applausi di quella piccola platea presente nel bar, applausi un po' stanchi, magari anche un po' forzati. Sarebbe un finale ironico, quasi surreale, che non risolve davvero i problemi del protagonista, ma che gli permette almeno per un momento di smettere di prendersi troppo sul serio. Dopo tutto il tormento attraversato durante il disco, ci sembrerebbe una conclusione perfettamente in linea con lo spirito del brano.

C’è un dettaglio dell’artwork o dell’immaginario di “solchi” che pensate possa sfuggire al primo sguardo ma che per voi è particolarmente importante?
Un dettaglio che potrebbe non essere immediatamente evidente a tutti riguarda i capelli della ragazza ritratta in copertina. I suoi capelli infatti si trasformano in montagne e in solchi, dando continuità all'immaginario che abbiamo costruito intorno al disco, e che riprende i calanchi tipici delle nostre zone che danoo anche il nome al nostro progetto. Non è un elemento che necessariamente cattura subito l'attenzione, ma è qualcosa che si sviluppa lungo tutta la grafica, proseguendo anche sul retro della copertina, in modo che tutto risulti collegato.
Le crepe sulla fronte, sulla guancia e sul resto del viso sono invece l'elemento più evidente, quello che si nota già a un primo sguardo. La trasformazione dei capelli in solchi e calanchi è forse meno immediata, ma per noi è altrettanto importante, perché lega la figura umana al paesaggio e richiama direttamente il significato del titolo.
Ci piaceva proprio l'idea che alcuni elementi fossero subito riconoscibili, mentre altri potessero essere scoperti osservando la copertina con più attenzione. In fondo, è lo stesso principio che attraversa “solchi”: ci sono segni evidenti, ma anche tracce più profonde che emergono soltanto guardando oltre la superficie.


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